Il comprensorio che stiamo per attraversare è caratterizzato da una serie di cascate formate dal torrente Pevereggia. L’acqua precipita dalla piana di Sessa, poco oltre la vecchia latteria, dopo una brusca curva a gomito. Osservazioni ravvicinate sono possibili, in tutta sicurezza in alcuni punti lungo il sentiero, dove sono ben godibili i primi due salti. Appena sotto, l’acqua cade in una profonda gola formando la cascata vera e propria molto più ampia e spettacolare, parzialmente visibile da un punto d’osservazione presso i resti del mulino Trezzini. La zona non è esente da pericoli e va visitata con particolare prudenza.

Alcune riflessioni sull’acqua, in questi luoghi particolarmente dinamici, rimandano ad una lettura del nostro territorio lungo il filo della storia.

Possiamo partire dalla geologia. I nostri rilievi si formarono in tempi remotissimi, caratterizzati da numerose glaciazioni.

L’attuale corso della Pevereggia è da collocare in stretta relazione con l’ultima glaciazione avvenuta 20'000 anni fa. Il ghiacciaio dell’Adda spingeva una sua propaggine da Est, lungo la valle della Tresa, verso la piana di Sessa. Dal Verbano, a Ovest, quello del Ticino allungava le sue lingue in direzione opposta. I due movimenti venivano a sovrapporsi alla parte terminale di una struttura a gradoni, paralleli alla Tresa, che caratterizza il nostro territorio (vedi schema). Si crearono così degli sbarramenti che impedirono a Est il naturale scorrimento del torrente Lisora verso la Tresa e a Ovest al torrente Colmegnina di arrivare al Verbano. L’acqua dei due torrenti, sommata alla Pevereggia, trovò un suo naturale deflusso verso la Tresa attraverso un varco offerto da una piccola faglia dopo una brusca deviazione. Fu dunque una portata d’acqua molto maggiore dell’attuale a scavare proprio lungo questa faglia (cioè una frattura delle rocce con scorrimento delle due parti) la profonda gola che oggi possiamo ammirare.

Per maggior comprensione citiamo: >Introduzione al paesaggio naturale del Canton Ticino. Vol. 1 Le componenti naturali< G. Cotti + coll. - Museo cantonale di storia naturale – 1990.

Vogliamo poi ricordare i significati negativi associati a questi luoghi in tempi ancora relativamente recenti.

Maria Cavallini Comisetti nel suo >Gente molinara< racconta la vita dura dei nostri “mornée”. Con occhio sensibile e indagatore descrive i luoghi: la casa, il mulino, la gora dell’acqua.

 “Un piccolo nido di falchi appiccicato a un ronco che stava a cavalcioni di un orrido e sopra gli incombeva a strapiombo un’altissima rupe.” A chi chiedeva: “Da dove vieni?”, il figlio del mugnaio rispondeva: “Da chel böc giü in fund a ra val” (da quel buco gi`Pu in fondo alla valle), ossia da quel paesino di Busino, luogo discosto e scomodo.

La cascata poi finiva in un profondo dirupo: l’orrido, luogo inaccessibile e pericoloso, dove vivevano i lupi: la “Lüera”. Qui potevano finire i bambini cattivi e disubbidienti.

Quasi superfluo ricordare come nell’ottocento, con la concezione romantica della natura nelle arti figurative, la teoria del sublime si differenzia dal bello.

 -Si basava sugli oggetti e sui fenomeni naturali che per la loro grandezza, per il senso dell’orrido, dell’infinito e della solitudine, e per il loro scatenarsi (bufere, valanghe, ecc), determinavano un sentimento di orrore che fa unire nell’animo la paura e il piacere-. (cit. Garzanti enc. Arte)

Artisti girovaghi avrebbero potuto, da noi, trovare fonti d’ispirazione proprio in questi luoghi.

Le cascate oggi sono annoverate tra i classici monumenti naturali degni di protezione (Decreto legislativo cantonale sulla protezione delle bellezze naturali. Legge federale sulla protezione del territorio).

Un’osservazione ravvicinata ci permette di apprezzare i suoni, i riflessi di luce, il movimento. Rimaniamo così incantati di fronte a questo grandioso spettacolo naturale.

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