Verrebbe da dire che la Pevereggia ora si gode una meritata quiescenza dopo aver tanto lavorato nei secoli scorsi. Fu soprattutto nel diciannovesimo secolo, che dovette stillare tutta la forza delle sue acque per far funzionare i macchinari che l’ingegnosità e la tenacia della gente avevano installato lungo le sue rive. Il piccolo fiume, dopo aver gorgogliato sommessamente lungo le torbe dei Prati Vergani e i campi della Piana di Sessa, all’avvicinarsi della rupe del Busino iniziava a prendere forza e la sua voce diventava adulta. E lì, in alto, ancora prima delle cascate gli uomini iniziarono a farsi prestare un poco delle sue acque, promettendone la restituzione, non appena avessero dato loro un poco d’ausilio nel lavoro quotidiano.

Dapprima l’aiuto le fu chiesto dalla Latteria, che di forza ne richiedeva poca. Una ruota a filo corrente era sufficiente per movimentare il lungo albero orizzontale e dar vita alla scrematrice o alla zangola a botte per fare il burro. Poi subito dopo, una roggia si staccava sulla destra per portare l’acqua al mulino, posto in alto sul ciglio del dirupo, dove l’acqua si precipitava nella prima cascata. Era il mulino Delmenico, famiglia di molinari (in dialetto mornée) che avevano preso il soprannome di Bögia dal luogo vertiginoso dove stava come appollaiato, sopra il buco, il böcc. Giovanni Delmenico, il mugnaio, rimasto vedovo con quattro figli, sposava Cristina Barozzi di Termine. Era il 3 agosto 1907. Cristina si mise subito con entusiasmo ad aiutare il compagno, imparando il mestiere alla perfezione e bene gliene incorse perché dopo pochi anni il marito, colpito da polmonite la lasciò sola con due bambini. Cristina raddoppiò d’impegno, lavorando giorno e notte fece funzionare il mulino fino al 1925 quando si ritirò nella sua casetta di Pirla ad accudire alla stalla e coltivare il ronchetto. Sarà ricordata come l’ultima mornéra lungo la Pevereggia.

Sull’altro lato del torrente, tra la prima e la seconda cascata, un’altra roggia, dal percorso ancora ben leggibile sul terreno, portava l’acqua al mulino Trezzini, famiglia di mugnai di Suvino di Sessa. Trezzini Domenico (chiamato Bernardino), nato nel 1882 fu l’ultimo mornée a farlo funzionare con l’ausilio dei muli che portavano giù dall’impervio sentiero sacchi di granaglie e risalivano con la farina macinata. Il mulino fu di grande aiuto durante la guerra alimentando le famiglie con la farina per la polenta e i prestinai di Sessa con la miscela per il pane nero. Poi, terminato il conflitto, la situazione generale cambiò molto rapidamente e il mulino cessò la sua attività.

Il Mulino fu costruito nel 1845 da Giuseppe Trezzini che acquistò il terreno e i diritti d’acqua da Francesco Galeazzi di Ramello e i diritti di passo attraverso il loro terreno dalle sorelle Giuseppa e Giovanna Ramponi di Sessa. Nel 1847 era già in funzione anche il mulino Delmenico.

Mentre il mulino del Bögia è stato trasformato dagli eredi in casa di vacanza, di quello del Trezzini rimangono dei ruderi importanti, tali da invogliarne la ristrutturazione, se non una rimessa in funzione a scopo didattico, almeno una sistemazione con messa in sicurezza e conservazione delle strutture.

Il funzionamento di questi mulini non si differenziava da altri, come quello dei Donati di Molinazzo, la cui roggia derivava dalla Tresa. L’acqua cadeva sulla grande ruota mettendola in movimento rotatorio. Sovente le norie della ruota erano “a cassetta” in modo che il peso dell’acqua unita alla sua velocità ne aumentava la resa e a volte erano accoppiate di modo che una movimentava la macina e l’altra un frantoio per le noci oppure una seconda macina. La ruota trasmetteva il movimento all’albero orizzontale che terminava con il lubecchio, una ruota dentata, con denti a pioli ricavati dal durissimo legno di corniolo, sulla quale era innestato il rocchetto, ingranaggio più piccolo, di ferro che oltre a trasformare la rotazione da orizzontale a verticale ne aumentava la velocità fino a cinque volte, portando a circa cento giri il minuto la rotazione della macina mobile. Questa, chiamata ballerina, girava sopra quella fissa (dormiente) a una distanza regolata con precisione dal mugnaio a dipendenza del calibro del grano e della finezza desiderata per la farina. Anche la velocità di rotazione poteva essere regolata aumentando o diminuendo tramite le saracinesche poste sulla roggia la quantità di acqua che cadeva sulle norie della grande ruota.

Le macine erano di una pietra particolare e dovevano essere acquistate in Italia, a Montorfano presso Como, dove c’era una cava specializzata in questi lavori. Le preziose macine dovevano abbastanza sovente essere sollevate per ravvivarne la superficie tramite martellinatura, quando queste diventavano troppo lisce.

Sopra le macine c’era la tramoggia, recipiente in legno a forma di piramide rovescia dove si versava il prodotto da macinare che tramite il foro centrale della macina superiore passava tra le due pietre. Dopo essere stato ridotto in farina, questa veniva poi espulsa per forza centrifuga e raccolta nel cassone.

Tutta una serie di altri piccoli geniali attrezzi completavano la dotazione del mulino, come la campanella che segnalava quando la tramoggia era vuota, oppure il bastone che, scorrendo sopra la superficie ruvida della macina superiore, trasmetteva una certa vibrazione alla tramoggia, facilitando la caduta dei chicchi.

Nei nostri mulini si macinava principalmente il granoturco, essendo la polenta una pietanza fondamentale nei secoli passati, graditissima ancora oggidì. Poi il frumento e la segale che avevano quasi soppiantato il miglio.

Ma alla Pevereggia, prima di riposarsi sulla piana della Ressiga le rimaneva un ultimo lavoro. Alla Fonderia, con la sua forza metteva in moto un frantoio, dove il minerale aurifero della miniera d’oro della Costa, prima di essere “arrostito” nei forni, doveva essere ridotto a un calibro adeguato.

Ci piace terminare con un pensiero della poetessa Maria Cavallini – Comisetti della Lisora di Monteggio, tratto dal suo volume “Gente Molinara” del 1956.

Ecco il mugnaio che conosce il palpito della ruota come il pulsare del suo cuore, quel mugnaio che, fattosi vecchio, ha un unico desiderio: affidare al figlio le leve di comando del suo vecchio e venerato mulino.

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