Mentre le frazioni della „Bassa“, e in cima alla collina, Termine, da alcuni decenni godevano distintamente della comodità di un piccolo acquedotto, ancora alla metà del secolo scorso, gran parte del Comune di Monteggio ne era sprovvisto.

Questa precaria situazione traeva origine da due cause, ovvero la quale totale assenza di sorgenti e la frammentazione della popolazione, distribuita in una miriade di minuscole frazioni, senza un vero nucleo principale. Nel fondovalle, la Tresa permetteva almeno il bucato e l’abbeverata per il bestiame, ma per l’acqua potabile, ci si doveva arrangiare con i pochi pozzi e le deboli sorgenti più o meno periodiche.

Da tempo si cercava una soluzione definitiva. Già negli anni 20 e fino alla fine della guerra ci furono varie iniziative in questo senso, senza però giungere a una soluzione.

Poi finalmente, nel 1945 i tempi parvero maturi per riprendere il progetto dell’acquedotto. Gli anziani Raffaele Crivelli (ur “Fel” segretario comunale) e Roberto Farner, il medico condotto saggiamente cercarono un giovane per tirare il gruppo e trovarono Demetrio Galeazzi, allora trentacinquenne pieno di entusiasmo da mettere alla presidenza. Nella commissione entrò anche Enrico Gianini, e Florindo Manfrini, allora presidente della COOP di Sessa e Monteggio. Si ripresero gli studi, questa volta in maniera professionale, affidandosi all’ing. geom. Luigi Biasca di Locarno che evidenziò subito la sola soluzione possibile, quella di captare l’acqua nella falda freatica sotto la piana di Sessa e Monteggio.

Nel frattempo il comitato promotore si dava da fare per trovare appoggi e fondi necessari. L’Ufficio cantonale delle bonifiche diede il suo benestare, imponendo l’aggiunta della qualifica di “agricolo” al nome dell’acquedotto e l’anacronistica posa di una fontana abbeveratoio in ogni frazione.

A Monteggio l’agricoltura era affare famigliare, ogni famiglia aveva una o due mucche e a nessuno passava per la testa di portare le mucche all’abbeveratoio. Molto più comodo e veloce mettere un secchio sotto il rubinetto di casa che probabilmente si trovava a meno di dieci metri dalla stalla. Ma vallo a far capire ai funzionari di Bellinzona, la stravagante spesa delle fontane dovette essere fatta, anche se una decina di anni più tardi, davanti alla loro evidente inutilità e ai problemi che creavano vennero smontate e vendute.

Nel frattempo l’adesione al progetto trovava altri sostenitori. Oltre al Comune di Monteggio, del Cantone e della Confederazione, contribuirono la Direzione delle Dogane e il Padrinato COOP. Mancavano ancora soldi per coprire il preventivo e si sarebbe aperto un debito estinguibile in dodici anni. E i lavori poterono iniziare. Si scavò il pozzo di captazione al piede nord della Costera da dove l’acqua venne pompata con un dislivello di 120 metri sul punto più alto della collina in due serbatoi gemelli. Da qui, poi scendendo a gravità in otto kilometri di canalizzazioni avrebbe portato l’agognato liquido a tutte le frazioni.

E l’alto e medio Monteggio tra il 1950 e il 1951 fu tutto un cantiere. Prestarono la loro opera l’Impresa G. Lena per i lavori edili, la Ditta Pozzi (capocantiere Erminio Sorlini) per quella da idraulico, Giovanni Righetti per l’impianto elettrico e la Ditta Sihl  (Sig. Brunschwiler) per i macchinari.

Negli anni 80 l’acquedotto Alto e Medio Monteggio, a causa delle nuove costruzioni, la diffusione dei moderni servizi igienici, le molte case di vacanza e le piscine private, aveva ormai raggiunto i suoi limiti e sovente, nei mesi estivi, si doveva razionare l’acqua erogata. Si decise allora di costruire un nuovo pozzo di captazione ubicato al piede nord della collina di Monteggio, dotato di due pompe sommerse della portata di 750 l/min. cadauna e di costruire a nord della vecchia stazione di pompaggio un serbatoio intermedio, dotato di un moderno impianto di trattamento dell’acqua per migliorarne la qualità e ridurne nel contempo la ferruginosità, a partire dal quale, con altre pompe, si rifornivano i serbatoi esistenti in cima alla collina. Dal serbatoio intermedio si sarebbe anche potuto servire, in caso di necessità, l’acquedotto del Basso Monteggio cosa che più tardi puntualmente si realizzò.

Da notare che a quel tempo nel nostro comune si contavano tre acquedotti totalmente indipendenti (Consorzio Alto e Medio Monteggio, quello del Basso Monteggio e l’acquedotto di Termine) ognuno con particolari condizioni, per esempio: nei consorzi Basso Monteggio e Terminese, i soci fondatori avevano diritto alla fornitura gratuita dell’acqua e solo nelle case dei “nuovi arrivati” venivano istallati i contatori.

Le norme igieniche sempre più restrittive, la carenza d’acqua ed un certo cambiamento di mentalità, portarono alla decisione di municipalizzare la distribuzione dell’acqua potabile, cosi da garantire all’utenza qualità, quantità, condizioni e prezzo uguale per tutti.

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