Certamente il bucato, per le donne, rimane sempre una faticaccia, poco o per nulla gratificante nonostante l’indubbio aiuto dato loro dalle moderne attrezzature, ma quando ci troviamo dinanzi a un lavatoio consortile come questo di Termine possiamo ricordarci di quanta pena e fatica comportava alle nostre nonne questa lavoro. Madri di famiglia, ma anche ragazzine e nonne, nel calore dell’estate quando il contatto dell’acqua poteva anche essere gradevole, ma pure d’inverno, allorché i geloni delle mani sanguinavano e la gerla con i panni umidi spaccava la schiena affollavano sempre il lavatoio.

E non dimentichiamo che un lavatoio come questo era già un progresso. Un progresso dato dalla necessità perché qui non c’era un fiume o una riva di un lago che costringeva le povere lavandaie a lavorare per ore inginocchiate, in precario equilibrio con il rischio di cadere in avanti, direttamente nell’acqua. Perché da noi, in Ticino, e generalmente in tutt’Europa era un lavoro da donne, contrariamente a quanto avveniva e in parte avviene tutt’ora in altre realtà, come in India, a Mumbai, dove sono centinaia i lavandai del Dhobi Ghat a lavare i panni nell’enorme lavanderia a cielo aperto.

I lavatoi pubblici erano allora un punto di riferimento del paese, come il campanile, la piazza o il cimitero. Al lavatoio le donne commentavano, spettegolavano, si passavano notizie, ricette, consigli, mentre i bambini più piccoli “razzolavano” vicino e le ragazzine aiutavano, imparavano, rubando il mestiere alle più anziane. Nei momenti migliori poteva alzarsi il canto di qualche salmo liturgico, oppure una canzone nostalgica dal repertorio popolare con sottofondo lo sciabordio dell’acqua Ma non sempre l’ambiente era tranquillo e nelle giornate fredde, quando le mani diventavano violacee e il vento tagliava la pelle del viso potevano sorgere gelosie e i rancori uscivano violenti generando qualche rissa e accapigliamento magari per futili motivi.

A Termine, villaggio posto sul culmine della Costera, la collina di Monteggio, poteva sembrare esclusa la possibilità di avere un acquedotto, ma dirimpetto, verso settentrione, aldilà della piana di Sessa il territorio comunale si arrampicava sulla collina dello Scerée. E sulle pendici di questa ampia collina, quasi una montagna, sgorgava una sorgente a quota sufficientemente alta per suggerire l’idea di portare l’acqua in paese tramite una condotta sfruttante il principio dei vasi comunicanti. Gli intraprendenti terrieri di Termine, poterono così, già all’inizio del ‘900 dotare il villaggio, non solo di un acquedotto, ma pure di un bellissimo lavatoio, coperto, dove le donne del paese potevano fare il bucato al riparo dalle intemperie. Finite le sfacchinate con la gerla di panni umidi dalla Pevereggia, su per la dura salita della Mota e le ore passate in ginocchio sulla riva del fiume.

Il Consorzio Terminese dell’Acqua Potabile era stato costituito il 12 febbraio del 1900 e i lavori si protrassero per diversi anni con la costruzione del serbatoio di captazione, la canalizzazione di adduzione, la fontana e il lavatoio. Dopo tanto lavoro l’acqua doveva essere doppiamente preziosa, s’intuisce dagli statuti e dal relativo regolamento, dove si stabiliva che l’acqua della fontana, dopo essere passata all’abbeveratoio del bestiame, arrivava al lavatoio. Anche lo scolo dell’acqua non andava perso, ma era venduto al miglior offerente, previo contratto. Purtroppo non ci sono state tramandate le notizie dell’inaugurazione dell’acquedotto. Dev’essere stata una grande festa, una grande gioia. Se ci soffermiamo cercando di immaginarla ci coglie l’emozione.

Il complesso procedimento per il bucato variava a seconda se, il lavatoio era a due vasche, una per lavare, l’altra per risciacquare, oppure una sola, come a Termine, al “Fontanon” di Beredino, oppure al lavatoio alle Bolle di Sessa. Da noi s’iniziava al lavatoio, dove i panni erano insaponati con il sapone di Marsiglia e strofinati con spazzole di saggina, sulla “preda” la pietra ruvida, inclinata verso la fontana, attorcigliati, spremuti e violentemente sbattuti sul sasso. Poi erano portati a casa ancora umidi dove si procedeva al secondo lavaggio.

Innanzitutto bisognava preparare la lisciva, ossia il “ranno” che non si poteva comprare in un negozio, ma ogni casalinga fabbricava da sé, secondo ricette personali che si tramandavano da madre in figlia e che si differenziavano un poco da una famiglia all’altra. Si usava la cenere di legno mischiata con acqua bollente che veniva poi filtrata, nella quale si mettevano i panni prelavati a bollire e a macerare per un’intera notte. Poi, si riportavano al lavatoio per essere risciacquati attorcigliati e spremuti prima di essere portati a casa con il gerlo o con il “basto”, un legno infilato nel fagotto, per essere poi stesi ad asciugare. A partire dagli anni ’30 del secolo scorso, fu messa in commercio la lisciva in polvere che divenne poi d’uso comune alla fine della seconda guerra.

Con il passare degli anni, con l’avvento delle lavatrici domestiche in ogni casa e con la scomparsa dell’allevamento del bestiame, l’acquedotto e il suo lavatoio caddero in disuso. Anche il piccolo acquedotto fu assorbito e collegato all’Acquedotto Comunale di Monteggio che nello stesso tempo ne garantiva tutti i requisiti igienici necessari.

Ora il vecchio lavatoio, ristrutturato nel 2014, resta un’attrattiva e un doveroso ricordo alle fatiche dei nostri antenati. Quanto sarebbe bello avere al suo fianco una statua che ricordi tutte le lavandaie!

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